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lunedì 1 dicembre 2008

Leonardo Donofrio ricorda Melfi


Melfi, come la Basilicata intera, nonostante il ruolo preminente avuto nella storia meridionale in epoca normanno-sveva, è vissuta per lungo tempo isolata sul piano culturale.

Dopo la Scuola di diritto fondata a Melfi dal giudice Pietro da Venosa e dopo gli Studi umanistici di Riccardo da Venosa con il Liber de Paolino et Polla, originale opera letteraria di epoca federiciana, non vi fu alcun altro fermento culturale di rilievo.

Insediatosi a Napoli il centro amministrativo e politico dell'Italia meridionale, la Basilicata ridiventò una regione impervia ed isolata, non più interessata dai traffici che ormai seguivano vie diverse.

Gli Angioini la asservirono come terra di conquista e l'abbandonarono all'incuria ed all'isolamento. Per secoli in Basilicata le condizioni di vita rimasero immutate, contrariamente a quanto avveniva nelle altre regioni dell'Italia meridionale, e neppure l'umanesimo ha fatto sentire i suoi effetti a causa della inesistente propensione all'erudizione, premessa indispensabile per lo sviluppo di studi storici.

Così la traduzione della Geographia di Strabone restò ignota e anche i viaggiatori si arrestavano ai confini della regione: Michele Ferrarino e Giovanni Giocondo nel XV Secolo, Simone Wallambert. Everardo Elio Vorstio ignorarono la Basilicata, pur giungendo a Salerno, Napoli e nel Vallo di Diano.

Prima che Matera entrasse a far parte della Basilicata, distaccandosi dalla Terra d'Otranto nel 1663, Melfi era fra i centri più progrediti della regione, con Venosa, Potenza e Miglionico.

Nel XVI Secolo, con Vincenzo Bruno da Melfi ed i francescani, si è avuto un certo fiorire di studi filosofici e di teologia, senza però mai inserirsi nelle correnti di pensiero di più largo respiro ; la loro produzione restava superficiale ed inedita. Le prime ricerche storiche ebbero inizio solo nella seconda metà del Cinquecento ad opera di Antonio Paglia, pugliese. Sebastiano Facciuta, dottore in teologia e poeta, nel 1587 pubblicava l'orazione Dell'Antichità e nobiltà di Melfi (Marescotti, Firenze). Benedetto Mandina, melfitano, controriformatore convinto, con i suoi scritti a difesa della chiesa e con la sua condotta di vita irreprensibile, si guadagnava prima la nomina a vescovo di Caserta nel 1594 e poi a membro del Tribunale del Santo Uffizio romano che inquisì Bruno e Campanella, quindi l'incarico politico di riunificazione del mondo cristiano. Nominato Nunzio Apostolico in Germania e in Polonia, pubblicava la Oratio de foedere cum Christianis contra Turcum paciscendo, habita in comitis Varsaviae 3 Kal., apr. 1596 (Cracoviae, Lazarus, 1596).

Gli storici ed i cronisti lucani non superarono il limite della cronaca e non riuscirono a dare visioni organiche delle vicende del proprio paese, salvo l'opera di Francesco Sanseverino nel XVII secolo a Senise. Le fonti storiche di cui si avvalevano i cronisti restavano sempre le stesse e limitatissime ; le cause e gli effetti degli avvenimenti non venivano analizzati e le storie erano spesso trasformate in leggende, alla pari delle agiografie e delle vite dei santi.

Una certa vivacità di dibattito su tesi contrapposte si riscontra negli scritti di Stefano del Zio a Melfi sugli studi economici riguardanti la convenienza allo sviluppo dell'industria zootecnica rispetto a quello della cerealicoltura, sostenuto invece da Carlo Parrino.

Nella sua memoria diretta al Principe nel 1646 Dell'Industrie che si potranno fare nello Stato di Melfi, egli proponeva, con evidente lungimiranza, di incrementare gli allevamenti zootecnici e di impiantare caseifici e nuovi centri rurali. Evidentemente il Del Zio non fu buon profeta e il suo studio restò ignorato.

La difficoltà a conoscere le reali condizioni economiche e sociali del passato è in gran parte dovuta a questa carenza di studi economici ; in aiuto soccorrono le relazioni dei vari governatori del Principe sebbene esse non sempre sono obbiettive per ragioni riconducibili a calcolo di convenienza del redattore di turno.

Dalle diverse Descrittioni del Regno di Napoli della prima metà del Settecento, uniformate alla Della Descrizione del Regno di Napoli del signor S (cipione) M (azzella) napoletano del 1597, si legge stranamente un giudizio di ricchezza per la regione Basilicata; eppure la delusione fu forte per Carlo di Borbone nel gennaio del 1735 quando, approdando a Matera dalla Puglia, riscontrava che erano pure fandonie la ricchezza dei luoghi e la fertilità della terra. Il sovrano restò impressionato dall'abbandono e dalla miseria tanto da disporre una inchiesta sulle condizioni della regione. L'incarico venne dato a Rodrigo Maria Gaudioso che, attenendosi al compito, non poté non fornire un resoconto desolante delle condizioni della Basilicata all'inizio della dominazione borbonica. continua...Clicca qui >>>

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